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Chiediamo all'Amministrazione comunale di Brescia un cambio di passo nella gestione dei rapporti con A2A. Superare il modello della gestione dei rifiuti basato sull’incenerimento deve diventare un obiettivo primario.

L’impianto di incenerimento di Brescia era nato con l’esclusivo obiettivo di smaltire i rifiuti urbani non ulteriormente differenziabili prodotti localmente, in virtù del principio di prossimità.

In un contesto come quello descritto nel rapporto dovrebbero essere allo studio adeguati e tempestivi rimedi per ricondurre l’attività del termovalorizzatore al fabbisogno di incenerimento locale. Al contrario, è invece in atto un conferimento allo stesso di quote sempre maggiori di rifiuti importati da fuori provincia.

Il risparmio energetico e lo sviluppo continuo di tecnologie in grado di produrre e distribuire calore senza attivare processi di combustione consentirebbe già oggi di soddisfare il fabbisogno di calore della città anche con una riduzione significativa dell’apporto dell’inceneritore. Pertanto un riequilibrio si impone.

Non è nemmeno tollerabile che siano sistematicamente eluse indagini specifiche sui terreni circostanti l’inceneritore per verificare lo stato di inquinamento del suolo. approfondisci

Prima della costruzione dell’impianto, l’Asl condusse tre campagne di campionamenti (anni ’94, ’96 e ’97) dei terreni attorno all’inceneritore, con il preciso intento di conoscerne lo stato prima dell’avviamento dell’impianto e permettere in seguito analisi di confronto; ma, dopo vent’anni di funzionamento dell’impianto, non è stata effettuata nemmeno una di queste indagini! La Delibera regionale di autorizzazione alla costruzione dell’inceneritore prescriveva che “la struttura di controllo (l’Arpa) dovrà effettuare con periodicità una campagna di rilevamento per la misura delle concentrazioni al suolo”, ma è stata disattesa per tutto questo tempo.

Nel 2008 sono state scoperte elevate concentrazioni di diossine nelle partite di latte conferite alla Centrale del Latte di Brescia da alcune aziende agricole ubicate immediatamente a sud della cintura urbana, proprio nei dintorni dell’inceneritore. approfondisci

Il latte era stato prodotto da mucche alimentate con foraggio raccolto nel terreno circostante. Si è ritenuto di poter ricondurre l’accaduto alle contaminazioni provocate dalle emissioni di acciaierie e fonderie metallurgiche, fonti accertate di produzione di diossine. Ma gli impianti in oggetto hanno camini bassi (20–30 metri), le cui ricadute sono circoscritte, così da non poter coinvolgere aziende agricole situate in zone distanti. Il camino alto 120 metri dell’inceneritore, invece, può diffondere le sue emissioni nel raggio di alcuni chilometri.

Avanziamo pertanto tre proposte alle istituzioni pubbliche:

1. Riduzione dei rifiuti

La riduzione sin da subito di almeno un terzo della quantità di rifiuti conferita al termovalorizzatore, chiudendone contestualmente una linea. Per questa via si otterrebbero immediati e significativi vantaggi: si eviterebbero di bruciare oltre 200 mila tonnellate di rifiuti trasportati da più di 15 mila camion, riducendo anche in modo considerevole gli scarti da portare in discarica.

2. Monitoraggio

La predisposizione di un piano di monitoraggio dello stato dei terreni nelle zone intorno all’inceneritore, da realizzarsi con la posa di campionatori passivi delle polveri di ricaduta e attraverso una campagna di prelievi che replichino la metodologia utilizzata a suo tempo per rilevare la situazione antecedente alla costruzione dell’impianto.

3. Indagine sugli alimenti

L’esecuzione delle indagini prescritte a suo tempo dalla Regione Lombardia sugli alimenti prodotti nella zona sud-est di Brescia, a partire dalle cascine già produttrici di latte contaminato da diossina.

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